Una lacrima sul viso

Ho immaginato la sua morte.

Ho immaginato la sua morte e l’ho fatto per proteggermi da essa, come quando fuori piove e miri affannosamente le previsioni del meteo, pregando l’omino in divisa, illudendosi che quelle, in fondo, sono solo lacrime del cielo. Che poi è il gesto più naturale che esista: lasciare, andare, chiudere; la straordinaria bellezza della vita risiede nella sua dicotomica gestione del verbo essere quando è accompagnato dalla negazione: è/non è. Gli dei erano estremamente invidiosi di quello che per noi è la più grande beffa che la vita potesse regalarci, la morte appunto. Invidia per un bacio che potrebbe essere l’ultimo, assaporato dolcemente, per il piacere ricercato e mai scontato, per l’eleganza e la grazia di ogni età, per la sofferenza che lascia il posto alla serenità, per gli oggi uguali a ieri ma diversi dal domani.

Così ho preso l’ombrello e mi sono difesa dal cielo, perché quelle lacrime non mi appartenevano, distanti i miei occhi dall’inquietudine celeste ma dentro, tempesta. Chi è quella persona che oggi non c’è più? Perché mi scuote l’anima? Perché nonostante tutto, mi immedesimo nell’artista che dipinge il suo capolavoro ma poi sente un violento impulso che lo aggredisce dentro e lo conduce al tocco estremo di chi non ne vuole sapere più nulla e strappa via la tela? Che imbarazzo quei visi affranti dal dolore che cercano conferma della propria sofferenza negli occhi di chi dovrebbe soffrire più di tutti, imbarazzo misto a compassione per coloro che non sanno e mai sapranno, per quelli che non riusciranno ad oltrepassare la linea che separa l’etichetta e le definizioni dettate dal dna, dal reale, concreto nulla che ci lega.

Non potranno comprendere l’attesa, fervida e spontanea che caratterizzava quei giorni che “per legge” gli spettavano, quella di una bambina all’uscita da scuola, di un desiderio puntualmente oscurato dalla visione di una persona diversa. Per quale motivo dovrei mettere da parte l’ombrello e uscire allo scoperto? La rabbia e i rimorsi vincerebbero la battaglia idealistica sull’equilibrio che faticosamente ci si costruisce per salvaguardare il proprio io e il cuore di ragazza che non hai mai smesso di illudersi che potesse cambiare o almeno migliorare.
Perché dovrebbero conoscere i silenzi così lunghi da essere assordanti, neppure loro, mai ascoltati seriamente che ci si poteva riempire la treccani con essi, quando non si era occupati a scrutare il cielo in macchina e affermare che di lì a poco avrebbe nevicato. Ed io lì, nell’abito domenicale più bello, una principessa che va incontro al suo Re, ordinata, curata, educata, forse anche troppo, tanto da non riuscire neppure ad alzare la voce e chiedere che fossi guardata, vista, pensata, sognata, palesata. Già, che buffo scherzo la morte di una persona che non c’è mai stata, un eufemismo sofisticato.

Ho provato e riprovato a non farlo morire dentro, ho lottato sino a farmi male, che è una cattiveria e un’ ingiustizia la saccente affermazione che l’assenza e l’abbandono ti fortifichino, che il dolore crea le fondamenta per un domani roseo e la speranza che qualcosa cambi. Anche sticazzi aggiungerei. La fobia dell’abbandono, sì quello è uno dei pochi “regali” che mi ha lasciato e questa volta senza neppure giustificare la pochezza del gesto a causa dei soldi troppo pochi e quasi assenti, perché di sacrifici, lui, ne ha fatti veramente pochi e mi ha donato la cattiveria verso un genere, quello maschile e l’ossessione del non essere accettata e voluta per quello che sono da una parte e l’attaccamento morboso dall’altra. E ci avevo pure sperato io, sciocca, che si fosse rifatto una vita, pronto a sacrificarsi sull’altare e a purificarsi da tutti i precedenti mali, perché si sbaglia una volta, errare è umano, ma c’era qualcosa di puramente  diabolico.
La sua prima cosa bella, quello avrei potuto essere, ma così dicendo getterei un velo nero su di lei, perché è dal suo gemito che è sorto il mio, dai suoi occhi chiusi per lo sforzo che si sono aperti i miei. Anche in quell’occasione non ha avuto il coraggio di mirare la bellezza della vita, di inondarsi di sapori, di ascoltare il pianto più vitale che si possa creare. Tanto oramai il pisello l’aveva usato, forse l’unico pezzo del suo corpo che gli possa dare concretezza. E ragionando con quello si è perso tutto e con tutto intendo proprio dire tutto. Le mie risate, le mie paure, le mie debolezze, il mio primo ciclo, la febbre, l’acetone, i miei gusti preferiti, i miei sogni, i miei incubi. Neanche in questo è stato furbo. Ha lasciato che fossi io a fare il primo passo, che ogni volta mi dicevo che potesse essere quella giusta, perché nonostante c’era chi si facesse in 8 per me, di un amore incommensurabile, divino, chi carpisse il mio umore anche solo dagli occhi, dal tono della voce e dai singoli gesti, nonostante mi si raccontasse di mondi fatati e di quanti colori abbia l’esistenza, c’era sempre un pezzo mancante.

Finché ho realizzato che non voglio più giustificare uomini come lui, che si autodefiniscono Peter Pan, gli eterni bambini dell’ultimo secolo. Ma anche no. Non appropriatevi di un termine così fatato e pulito come questo, non cercate definizioni per la vostra esistenza da cazzoni. Tutti dovrebbero conservare quel fanciullino che risiede in ciascuno di noi, quella nuance così tenera, che colora il mondo che ci circonda di una speranza che tutto possa andare bene, che i sogni basta inseguirli e crederci, che si potrebbe amare per sempre, recitando “ho sceso le scale dandoti il braccio, almeno milioni si scale” al proprio personale amore eterno. Ho scelto di auto preservarmi dall’essere sua complice, nell’omicidio della dignità di uomo e persino di donna ammaliata da un uomo interessante, che se hai lo spirito da croce rossina hai trovato l’America.

Ho scelto di ribellarmi dal “sono così e non cambio”, se il suo essere così mi danneggia gravemente. Allora donne, dico a voi, dico a noi, diffidate da coloro che si definiscono eterni bambini, perché anche se si ha per natura un impulso maniacale a cercare di migliorarli, non succederà e a farne le spese non sarete solo voi, ma il fiore che germoglierà da questa unione.

E voi, “Peter pan de casa”, se non siete capaci di tenere a bada il vostro giocattolo, se pensate che la vita sia una ricerca infinita di gnocche sempre più giovani che vi possano far sentire vivi e sexy, se supponete di essere furbi e di poter essere in grado di gestire situazioni al limite della decenza e dell’umano imbarazzo di voi stessi e di coloro che vi sono accanto, non riproducetevi! Sentitevi liberi di gestire la vostra esistenza come vi pare, certo, ma l’egocentrismo di cui siete portatori sani dovrebbe incontrarsi con l’umiltà e la responsabilità, perché di figlie abbandonate sull’uscio della porta di domenica mattina con una lacrima sul viso, quando la voglia di vedere una partita allo stadio supera quella di abbracciare il sorriso della tua piccola, ce ne sono anche troppe.

Elena

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