ma ‘ndo volete anna’!

Sono stanco.
Non ne posso più di questa città.
Non vedo l’ora di andarmene per sempre.
E giuro che farò di tutto pur di non tornarci più, se non in vacanza. O per brevi impegni.

Roma mi soffoca. Anzi, non è soffocamento quello che provo,  più un senso di esaurimento. Non il mio, il suo. Nel senso che Roma ha esaurito ciò che poteva darmi, pur avendola io presa a piccole dosi, negli ultimi 10 anni.
Forse è questo che ho sbagliato, avrei dovuto viverla di più, godermela, esplorarla, violentarla e saggiare i vari aspetti che una così grande città può offrire tra l’inizio e la fine dei 20 anni. Sempre diversi, man mano che cresci.

Perché appena arrivi a Roma da un paesino del Salento con 15 mila abitanti, non puoi che sentirti libero e fortunato: puoi iniziare una nuova vita, avere nuovi amici e fare ciò che non facevi quando eri a casa. Allora capita che ogni tanto la mattina ti svegli su un divano chiedendoti dove ti trovi (“Ma poi sta festa di chi era?” ) oppure torni al tuo appartamento-monolocale-con-stanza-tripla facendo le scale carponi perché non ti reggi in piedi e ovviamente non c’è l’ascensore, in quel palazzo di San Lorenzo la cui vecchiaia è testimoniata dalla statua della madonna come ringraziamento per essere scampato ai bombardamenti nel ’42. Passi notti insonni a sterminare scarafaggi e giornate a respirare il sigaro del vecchietto al bar sotto una delle due finestre del tuo appartamento-monolocale-con-stanza-tripla.

Poi cresci e cominci a selezionare le amicizie e le serate: le feste con 50 persone diventano cene da 10, che poi si trasformano in aperitivi fuori, perché si ha sempre meno tempo di cucinare e allestire.

Nel frattempo, la piazzetta di San Lorenzo, Trastevere e Testaccio cominciano a diventare dei vaghi ricordi, lontani dall’essere il centro della tua vita sociale, relegati a semplice uscita saltuaria. Perché ora ti vedi spesso con amici anche loro accoppiati e anche loro che come (e forse più di) te non hanno tempo né voglia di passare la serata a cercare parcheggio o peggio ancora aspettando un autobus.

Certo, solo ora te ne accorgi. Lo hai sempre saputo che a Roma gli spostamenti sono argomento critico, ma la spinta iniziale ti permetteva di sopportare certi disagi, perché eri affamato di novità e non ti importava di trascorrere mezz’ora in un vagone della metro pieno come un uovo di umanità varia che mischiava l’odore di curry a quello di cKOne.
Solo che dopo aver visto altre città in giro per l’Europa, ti accorgi che l’alibi della grande metropoli non regge più. Non basta a giustificare 7 km in un’ora e mezza sotto il sole di luglio con quattro persone in un metro quadro. Né a spiegare un monolocale di 40 mq a 800 euro + condominio + spese a Casalbruciato (che per chi non conoscesse Roma, è più vicino a Tivoli che a Piazza di Spagna). Ovviamente senza contratto, che scherziamo? E i parcheggi in quarta fila (giuro che è vero). Oppure quelli che per non essere bloccati si parcheggiano direttamente in seconda fila, lasciando vuota la prima (giuro che è vero anche questo).

Qui esprimo tutto il mio dispiacere per questa città, un tempo bellissima, che sta lentamente ma inesorabilmente colando a picco. Oggi Roma rappresenta il peggio del peggio dell’Italia, ma non se ne accorge perché sta ancora a raccontarsela con la storia dell’Impero e del museo a cielo aperto.

E non vede la volgarità, quel modo di fare che i romani credono essere spontaneo e de core ma invece non si rendono conto che è solo tracotante e fastidioso. I Romani erano grandi, duemila anni fa; ma i romani, oggi, sono spesso piccoli ed egoisti, interessati più alla loro botteguccia e per niente consci di vivere in un luogo carico di storia e di importanza, del quale dovrebbero (se non per gratitudine, almeno per convenienza) portare sulle spalle il peso e l’onore.
Dovrebbero difendere col coltello tra i denti i loro teatri, che stanno diventando sale Bingo. E non con le manifestazioni, ma andando agli spettacoli e spendendo quei soldi che permetterebbero ai teatri di sopravvivere e a loro stessi di migliorarsi culturalmente.
Dovrebbero coccolare tutti quei ragazzi che scelgono Roma come luogo di studio, evitando di spennarli come polli, con le case vecchie e maleodoranti affittate come se fossero la Reggia di Caserta.
Dovrebbero cominciare a pagare il biglietto dell’autobus; anzi, avrebbero dovuto cominciare a farlo quando costava 1 euro, così magari non sarebbe aumentato del 50%. Invece no. Dicono ATAC nun te temo. Come se viaggiare nei mezzi pubblici gratis fosse un loro diritto e il biglietto una tassa infame. Dovrebbero capire che non è normale uscire la sera a Campo de’ Fiori o a piazza Trilussa con le camionette della Polizia a fare da balia, neanche si trattasse del G8 di Genova.

Sono stanco di questa città e perciò me ne voglio andare. Ma a chi resta auguro di aprire gli occhi e muoversi, perché il tempo passa e lo schifo aumenta.

Di Roma mi mancheranno i parchi enormi, l’acqua fresca e buona delle fontane e la Feltrinelli.

Del resto, fate ciò che vi pare. Io me ne vado. E vi lascio con Verdone che, pur essendo romano, è amareggiato tanto quanto me.

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Comments
One Response to “ma ‘ndo volete anna’!”
  1. che brividi, ragazzo. non c’è una virgola su cui darti torto, sottoscrivo appieno tutto, dalle crociate contro gli scarafaggi agli abusi da museo a cielo aperto, pur non avendo mai davvero vissuto a Roma (Dio me ne liberi e scampi!)

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