Odi et amo, terra mia.

Odi et amo, terra mia. Non c’è espressione migliore di questa per esprimere un concetto che attanaglia moltissime persone della mia generazione, sì , quella dei falliti, quella degli sfigati, degli emigranti, quella che starà peggio dei propri genitori e nonni che hanno vissuto la guerra, insomma la mia.

Odi et amo, quando ci illudi di essere perfetta, illuminata dal sole che spacca letteralmente quella pietra bianca, tanto chiara da fare male agli occhi, quando le volte a stella, gelose e avide, rubano i raggi e rifrangono solo ciò che vogliono farci vedere. La chiamano la luce gialla, gli altri. A me piace pensare allo zafferano, come quel tocco in più che riponi in un piatto da cucina particolare, che accende e insaporisce la pietanza; una luce calda e diffusa che ammalia, desta interesse e poi ci abbandona.

D’inverno è difficile lasciarsi sedurre. Sei perfida, terra mia, conosci i lati oscuri dell’animo umano, giocando a fare la preziosa quando fa freddo e ti concedi nella bella stagione. Ti senti affascinante e provocatrice, facendo moine con i passanti, meglio se stranieri, perché possano porgerti i complimenti dovuti, possano restare stupiti da codesta bellezza, non se l’aspettano mica, ma poi si sa, il passaparola e le mode ci mettono il resto.

Odi et amo, perché mi sei entrata nelle vene e dovevo abbandonarti per capirlo appieno.

Dovevo odiarti a tal punto da dimenticare che io appartengo a te e tu mi appartieni.

Ti ho odiato perché mi hai lasciato andar via e continui, immobile e vigliacca, a osservare da lontano chi non torna più. Ho dovuto vergognarmi, come un bambino che fa la pipì a letto, quando mi si prendeva in giro per la mia dizione e il mio accento, per capire che in fondo quell’inflessione dialettale vuol dire casa, appartenenza, territorio, vita. Ho dovuto ammalarmi, morire e rinascere, per amare i tuoi frutti, godere dei tuoi sapori, troppo scontati e presenti quando ce li hai sotto gli occhi. Percorrere 600km per divorare un’anguria che non costi quanto un orologio di lusso, fare l’amore con un calzone appena cotto, rigorosamente fritto,  comprato e mangiato per strada e poco importa se la mozzarella filante brucia e il pomodoro puntualmente cade sulla maglietta appena lavata e stirata per l’ “uscita serale”. Ci rendi abitudinari, “terroni”, dei “signuruni” che pretendono il cornetto caldo a mezzanotte dal forno di fiducia, che sforna a nero e ti fa entrare come un ladro dalla porta posteriore, chè poi vuoi mettere quel senso di illegalità nel mangiarti il più buon cornetto del quartiere, in macchina in un’afosa sera d’estate?

Ti odio perché il cornetto, il calzone, l’anguria, non hanno lo stesso sapore altrove e tu godi di questa tragedia culinaria, aspettando che si pronunci: “ ehhhh , ma come si mangia da me…”

Devi soffrire la tua assenza per accorgerti che non ha senso, a volte, vivere solo di ricordi, perché si può gioire della tua presenza, ingombrante e al tempo stesso vacua, assordante e silenziosa in precise ore del giorno, quando il tintinnio dei piatti e forchette, lo sfrigolio dell’olio che avvolge le polpette e l’acqua che bolle ricorda a tutti che è tempo di fermarsi. Sì perché nella terronia c’è ancora chi torna a casa per pranzo, in un rituale maniacale che ha delle regole e dei comandamenti, perché “allu scaccu te lu sule” non si esce, si rischia di diventare pazzi.

Ho dovuto camminare nervosamente per le strade della Capitale, imparare a memoria i dettagli delle mie scarpe per evitare di strattonare i coinquilini della strada, forgiarmi di prepotenza e armarmi di ineducazione sugli autobus e metro, maniaca del disinfettante per le mani e osservatrice silenziosa di generi e specie animali, quali i piskelli metropolitani che “pisciano” l’ex fidanzata, per apprezzare i volti della gente che passeggia (da noi le persone se la prendono comoda, sia a piedi sia in auto), volti corrugati, assorti nei pensieri dei debiti, genuini e freschi, cittadini e paesani, borghesi e “terra terra”.

Ti odio perché nascondi i più puri paradossi, la più esasperata dicotomia esistenziale, gli estremi nascono da te, terra madre. Restare o andare, partire per poi ritornare o continuare a essere dei bravi elogiatori, cantautori di una terra perduta, osservata da lontano, città e campagna, mare e ulivi, terra arida e fertile, artigiani e pescatori, artisti e colletti bianchi.

Ti odio perché la mia voglia di tornare da te si scontra con la paura dei cambiamenti, quella terribile sensazione di angoscia che pervade il cervello e congela per attimi il cuore. Mille domande e le risposte conducono a te, una direzione voluta, cercata, per una strada di campagna, con troppe buche e sassi, senza asfalto e segnali. In fondo, se dovessimo pensare alla stradina invalicabile, ricca di ostacoli, di sicuro sprecheremmo quello che di più bello c’è: il paesaggio che ci circonda e le persone che ivi risiedono. Nessuno pensa sia facile giungervi e soprattutto restarci, ma se ogniqualvolta le preoccupazioni, le lamentele, i “contro” battono i pro e il desiderio più ardente che c’è nell’animo di chi ti appartiene, saresti deserta.

Ti amo, perché mi hai ridato la speranza che si può rischiare nella vita, mettersi in discussione, provare dei sentimenti, fare tabula rasa e ricominciare, con l’illusione che possiamo cambiare, assieme, migliorare.

Ti amo perché l’assenza da te mi ha reso diversa, straniera in propria terra ma anche un pesce fuor d’acqua nel proprio mare. Resterò sempre colei che ti ha odiato ma di un amore profondo.
Resterò la terrona e questa volta non scapperò!

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Comments
One Response to “Odi et amo, terra mia.”
  1. Sara ha detto:

    Leggere la gioia tra le righe è sin troppo facile, e fa male. Fa tornare indietro, a quando scegliere sarebbe stato più semplice. Ma nulla va perduto… per ora solo buona vita, Elena 🙂

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