Era meglio morire da piccoli

All’età di cinque anni conosci bene il tuo futuro. Tutti ti preparano al grande evento, l’inizio delle scuole elementari, che dalle mie parti si chiamano scherzosamente Alimentari e non vedi l’ora che arrivino queste fatidiche scuole, l’alfa e l’omega della crescita fisica (lungi da me aggiungere a “fisica” anche intellettuale, anche se per molti coincide). Vivo il mio ricordo del primo giorno di scuola. Ero davanti allo specchio della camera da letto di mia madre. Capelli raccolti in una lunga treccia, ben vestita, testa alta e una domanda: “Mamma, ma se devo chiedere qualcosa si alza la mano, vero?”, con i gesti che accompagnavano la voce. Si tratta di una liturgia: la lavanda dei piedi, la vestizione del fanciullo, l’appello, i compagni-fratelli con cui condividi sofferenze e gioie di 5 ore di lezione e poi c’è colui o colei che ti tradisce, i primi amori. Tutta l’esistenza, fino ad una certa età, si snoda in un edificio, l’equivalente del focolare domestico, la coperta calda che dovrebbe avvolgerti quando fa freddo e quando mamma e papà non sono lì con te a prenderti per mano o farti camminare avanti in modo da avere la tua visuale, sempre. L’arrivo di giugno è un sorriso, è un sospiro di sollievo, un gelato in una torrida giornata di sole, la gioia delle vacanze che sembrano non finire mai, l’amara  consapevolezza che settembre sarà il generale inverno, il cavaliere oscuro che con la sua spada ammazza il divertimento, l’uragano che spazza via spensieratezza e luce e tutto diventa grigio, come il colore dei libri di testo che dovrai riprendere. Ma lo sai, è quello che ti aspetta. E hai fame, fame di crescere, scrutando gli adulti con invidia e come in una favola che leggi prima di andare a nanna, con la lucetta che ti protegge dai mostri del buio, fantastichi sulla principessa che vorresti diventare, il principe azzurro che verrà a prenderti sul bellissimo cavallo bianco, immaginando di intraprendere una carriera. Tutto sembra sia stato già scritto per te, capitolo dopo capitolo, è la vita che scrive il libro della tua singola esistenza, perché lontano è il giorno in cui capirai che sei tu il capitano del tuo destino e non è detto! Il capitolo Università merita un post a parte, ma al di là di ciò che uno studente arrabbiato possa pensare, attribuendole nomi e insulti di tutto rispetto, quando non si trasforma in una voragine, in pericolose sabbie mobili in cui essere risucchiati, in un parcheggio senza ticket e senza vigili che ti possano fare la multa (quando non sono i genitori a farlo), è l’ultimo batuffolo di cotone che permette di curarti le ferite. Dopo la laurea, la prima cosa che ti viene in mente, in questo preciso momento storico è: forse, era meglio morire da piccoli.  Nessuno ti insegna a sopravvivere dopo la fine del ciclo di studi, nessun edificio in cui hai gioito e sofferto per anni ti permette di allenare le ali e spiccare il volo dopo la proclamazione; non c’è più la certezza dell’amico giugno annunciatore di vacanze e il nemico settembre, non c’è più l’ansia dell’esame da preparare e della scadenza di un programma di studi. Davanti a te?Il vuoto. E nel vuoto, l’angoscia di un Paese che senti tua, la dicotomica espressione dell’andare o restare che diventa parte integrante del tuo risveglio quando dormi e della tua nottata in bianco, mentre le lancette del tempo scorrono, senza senso. Era meglio morire da piccoli, quando ti chiedevano cosa avresti voluto essere e diventare e tu con la tua vocina rispondevi, sicuro della tua scelta, anche se magari la settimana successiva, alla stessa domanda seguiva una risposta diversa. Era meglio morire da piccoli, per non vedere le tue passioni divenire sempre più piccole, perché è la stessa speranza che ora è la prima a morire, in una sorta di suicidio collettivo assieme agli ideali che ti hanno accompagnato per tutta la vita, alla fantasia che ti ha contraddistinto e ti ha permesso di vivere in un castello magico, una barriera costruita con la polvere di stelle che allontanava i pensieri cattivi e le reali sofferenze che la vita è costretta a porgerti, come un dono. Era meglio morire da piccoli, quando la mamma era sempre con te e anche se arrabbiata per qualche tua malefatta , era la prima a farti uscire qualche lacrimuccia e sempre la prima pronta ad asciugartela con un bacio, senza mai giudicarti.

 

Nessuno ci ha insegnato a camminare da soli e non perché, come poco tempo fa asseriva qualche ministro et similia, siamo mammoni e vogliamo stare sotto le gonnelle di mammà.

Non possiamo permetterci di sbagliare, di prendere una strada e a metà del percorso comprendere che quella giusta, probabilmente è altrove, perché ne va della nostra vita quotidiana, della “pagnotta”, della possibilità di avere una famiglia. Così il tuo più grande amico diviene il terrore, non ti abbandona mai, non ti giudica, non ti critica, è sempre lì fiero di esserti accanto, dalle prime luci dell’alba al tramonto, a volte ti immobilizza perché è geloso, vuole l’esclusiva sulle tue emozioni e scelte. La tranquillità è solo un’utopia, una gentile concessione giornaliera, un regalo dato con gli interessi. Quello che ti aspetti è una vita, nel senso più alto del termine, degna di essere vissuta e non gestita, travalicata, guardata, assaporata, ma divorata, presa tutta quanta in faccia.

 

Il nostro Paese e noi con esso,  siamo  caduti  in un torpore dal quale non riusciamo a svegliarci, in una forma di assopimento malvagio che ha lacerato i ricordi e devastato la passione e la speranza, non soltanto di un popolo ma di un’intera generazione, la mia, volutamente calpestata, resa arida e vigliacca, perché si arriva a farsi la guerra, la guerra dei poveri, dei posti di lavoro, a non guardare in faccia nessuno pur di “sopravvivere” o “arrivare”, con la scusa della crisi e del periodo difficile.

Sì, il periodo difficile, frase più gettonata e ascoltata dopo il “come ti chiami? E che ora è?”.

 

Non è colpa mia se sono nata negli anni ’80, non è colpa mia se c’è il debito pubblico e la fame nel mondo; non è colpa mia se non vedrò mai la pensione, questa sconosciuta. Non è colpa mia se c’era una volta il lavoro e ora non c’è più.

 

Era meglio morire da piccoli, perché c’erano i sogni e nessuno te li oscurava, eri semplicemente un bambino e avevi il diritto di sognare.

Era meglio morire da piccoli, perché se sceglievi di fare il medico, avevi la possibilità di farlo, magari nella terra natìa e potevi coltivare passioni, avere una famiglia, guardare crescere i propri figli, che nel frattempo sono diventati gradi e pensano che…era meglio morire da piccoli!

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Comments
One Response to “Era meglio morire da piccoli”
  1. Sara ha detto:

    è capitato di pensarlo, lo ammetto. Però poi penso alla libertà di vivere il proprio tempo, alla leggerezza e alla responsabilità in testa, alla soddisfazione di fare bene il proprio lavoro, tanto da aver voglia di raccontarlo a qualcuno. Penso che non ho mai smesso di crescere. Penso a chi ho incontrato lungo questo percorso, nuovo e diverso. Forse vale la pena di stare a vedere come va!

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