Vieni via con me

I giorni dispari mi aspetta la palestra.
Oh no, un’altra maniaca del pilates, yoga o 4 chiacchiere con i mastrolindi della periferia romana?
Niente di tutto questo.
Per me è un momento che riveste quasi una sorta di sacralità, dalla preparazione a casa al rientro sudaticcia e maleodorante. Da quando ho smesso di fare danza, che poi coincide con il mio trasferimento nella Capitale, ho cercato qualcosa che potesse scaricarmi, gettarmi una secchiata di acqua fresca e spensieratezza, in un grigiore che a volte pennella le nostre giornate. Così mi sono data alla zumba, questa sconosciuta. Una lezione di aerobica in cui prevalgono i momenti danzanti, balli latino americani e danza moderna. Insomma un misto benessere che “a me mi piace tanto”.

Ma il punto non è questo, o forse sì. Un lunedì di una tipica settimana di un tipico mese vado a questa fatidica lezione. Il gruppo è già formato, variegato mica poco, si va dalle solite universitarie come me che vivono in zona alle impiegate di qualche azienda che fanno della pausa pranzo il momento ideale per non mangiare e perdere qualche etto che fa sempre bene (o almeno così dicono).

Tutte pronte per un “eccinque, essei, essette, eotto, dance” veniamo interrotte da una nuova presenza, anzi 2 nuove presenze.
Entrano in sala una donna sugli -anta che chiamano i titoli di coda, curata, ben vestita, di quelle che definiresti “di classe”, la middle-class romana per intenderci e una ragazzina, avrà avuto 15 al massimo 16 anni, ma ho difficoltà a definire con precisione gli anni perché guardandola non è sicuramente la prima cosa che ti chiedi.
E’ una ragazza down.
Ma forse non è neppure questo particolare che mi viene in mente pensando a lei. Allora cos’è? Il suo sorriso; è questo l’elemento che tanto strideva in un posto in cui, prima dell’inizio di una lezione, dimorano egocentrismi, gemiti emessi per aver sostenuto un peso, che non è quello della vita. Non posso non osservare questa creatura, ammettendo che in varie frazioni di secondo il mio cervello sia diventato un flipper in cui le domande sfrecciavano e rimbalzavano da est a ovest: la guardo? E se la guardo penseranno che la sto fissando e se la fisso è maleducazione, così mi ha insegnato la mamma e si sentirà inadeguata, a disagio e se lei si sentirà male io penserò di essere una brutta persona. Due/tre quesiti che, con tutta franchezza, credo si ponga la maggior parte delle persone che si trovano in situazioni simili.

Ma Lucy – nome di finzione che le attribuisco per evitare di chiamarla sempre e solo ragazza – non ci ha dato il tempo di rispondere alle insensate domande, lasciando che parlassero i suoi gesti. La lezione di ballo è iniziata, la mamma si schiaccia sugli specchi per evitare che la sua presenza possa ostacolare i movimenti, come un guardalinee che sta a bordo campo ma ha occhi puntati al centro, mentre Lucy è in piena partita, vestendo il numero 10. E’ impacciata, lenta, a tratti inguardabile, nonostante la coreografia sia stata volutamente rallentata dall’insegnante. Eppure non si ferma mai, ruba istanti con gli occhi, cattura i nostri gesti, cerca di riprodurli in un’istantanea che per lei si trasforma in un rullino da sviluppare a tempo debito.

I nostri sguardi si incrociano, interagiamo attraverso quella sorta di convivenza forzata nello spazio che la sala da ballo ci ha dato. Vengo rapita da questi occhi che ridono, dall’apparecchio a stelline che ritrarrebbe dal mostrare i denti anche a Miss Mondo. Ma non se ne cura, le piace quello che sta facendo, si sente libera e fa sentire libera anche la madre. In fondo è solo una lezione di prova la sua. E chi sa quante ne avrà fatte di prove, perché Lucy è una tosta, non molla, quello che vuole è ballare, ascoltare la musica e lasciare che il suo corpo tratteggi le linee dello spartito e dia colore a quello che prova in quel momento.

Ho afferrato la sua mano e l’ho condotta più distante dal gruppo, cercando di insegnarle i passi, mentre il suo sorriso e la sua voglia di imitarmi abbattevano il muro dell’indifferenza. Non l’ho fatto per mettermi in mostra, per accrescere il mio ego da ballerina fallita o per accendere un cero a Madre Teresa di Calcutta. L’ho fatto perché mi sono messa nei suoi panni ma soprattutto in quelli di una madre che non sa più dove andare per far sentire “normale” una figlia che evidentemente non lo è. Perché dovrebbe sentirsi accettata da un gruppo di persone che si ritrovano per spegnere il cervello e andare incontro ad una frenetica porzione di giornata in cui tutto è veloce e accelerato dalla smania di guardarsi allo specchio e scrutare le proprie tette e i propri culi.

Forse Lucy vorrebbe solo uno spazio tutto suo, da condividere con altre persone come lei, una struttura adeguata, con professionisti che non avranno il timore di “rallentare” una tipica lezione facendo imbronciare le allieve per questo. Lì sì che potrebbe aprire il cuore alla musica e librare nell’aria con i suoi gesti impacciati e inguardabili esteticamente. Sono sicura che lo desidera tanto. Eppure mamma e figlia si ritrovano a setacciare tutte le palestre della Capitale, a parlare con tutti gli insegnanti professionisti o meno che siano, strappando il biglietto della concessione per una lezione di prova, l’ennesima.

Si muovono nel buio, camminano nell’indifferenza della politica e nello scandalo degli sprechi. A questo proposito, consiglio http://www.disablog.it/, perchè forse, solo informandosi, allungando una mano al proprio vicino, riusciremo a rallentare il nostro modo di vivere, fermarci un istante e ascoltare la musica assieme ad una Lucy qualunque.

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